Silvia Camporesi. Forzare il paesaggio

dal 16.11.2020 al 29.01.2021

Z2O Sara Zanin Gallery

  • Autore/Autrice: Silvia Camporesi
  • Curatore/Curatrice: Angel Moya Garcia
  • Data Inizio: 16.11.2020
  • Data Fine: 29.01.2021
  • Dove: Z2O Sara Zanin Gallery
  • Indirizzo: Via della Vetrina, 21
  • Orari: lunedì - sabato 11.00-19.00
  • Ingresso: libero
  • Tel. / Mob.: 06 70452261
  • E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Descrizione Evento:

     

    Il potenziale illusorio della fotografia, che segna la ricerca di Silvia Camporesi (Forlì, 1973), viene snodato e sviluppato attraverso le suggestioni di tre luoghi italiani che, per le loro caratteristiche, rispondono a particolari caratteri di insolito o inusuale e in cui si manifesta una specifica forzatura del paesaggio, un intervento radicale che ha modificato le sorti del luogo stesso.

    In particolare, la prima stanza della galleria viene dedicata all'isola delle Rose, una piattaforma artificiale di 400 m² che sorgeva nel mare Adriatico a 11,612 km al largo delle coste di Rimini e 500 m al di fuori delle acque territoriali italiane. Costruita dall'ingegnere bolognese Giorgio Rosa, il 1º maggio 1968 autoproclamò lo status di Stato indipendente e pur dandosi una lingua ufficiale (l'esperanto), un governo, una moneta e un'emissione postale, non fu mai formalmente riconosciuta da alcun paese del mondo come nazione indipendente. Occupata dalle forze di polizia italiane il 26 giugno 1968 e sottoposta a blocco navale, l'Isola delle Rose fu demolita nel febbraio 1969. L'episodio venne lentamente dimenticato, considerato per decenni solo come un tentativo di "urbanizzazione" del mare per ottenere vantaggi di natura commerciale. Solo a partire dal primo decennio del 2000 esso è stato oggetto di ricerche e riscoperte documentarie imperniate invece sull'aspetto utopico della sua genesi.

    La seconda stanza viene invece indirizzata verso lo Specchio di Viganella, un comune di 200 abitanti della Valle Antrona (Provincia VCO). Dall'11 novembre al 2 febbraio di ogni anno, per 83 giorni, il paese si trova in totale assenza di sole a causa della montagna antistante. Per questo motivo nel 2006 l’allora sindaco Franco Midali e l'architetto Giacomo Bonzani fecero costruire nelle vicinanze del paese un grande specchio di 40 metri quadrati in grado di riflettere la luce solare in direzione della vallata, anche nei mesi di buio. Lo specchio è in grado di dirigere in tempo reale i raggi solari verso i luoghi prestabiliti, ad esempio la parte pedonale della piazza principale e illumina il villaggio durante l’inverno, per 6 ore al giorno. Il ritorno della luce naturale viene ancora oggi celebrato, il 2 febbraio di ogni anno, con una grande festa.

    Infine, nell’ultima stanza troviamo il paese di Fabbriche di Careggine. Un paese fantasma della provincia di Lucca, nel comune di Vagli Sotto, abbandonato nel 1947 e quindi sommerso dalle acque del lago artificiale di Vagli formatosi a seguito della costruzione di una diga idroelettrica. Il Lago di Vagli, il più grande bacino idroelettrico della Toscana, è stato svuotato per manutenzione in quattro occasioni, l’ultima, nel 1994. Da allora il paese di Fabbriche di Careggine non ha più visto la luce.

    Tre ambienti documentati attraverso fotografie, video e materiali di repertorio che evidenziano l’ambiguità tra realtà e finzione, l’esigenza di ricercare frammenti di memorie, le conseguenze di una sfrenata antropizzazione in determinati luoghi e la curiosità che si cela in contesti al margine della normalità. Atmosfere utopiche, sospese e cristallizzate in cui il paesaggio viene concepito artificialmente ex novo, scardinato per evitare l’abbandono o sommerso come unico modo di evitare l’oblio e la loro scomparsa dalle carte geografiche. Un’alterazione del paesaggio che si interseca e si stratifica a sua volta con le possibilità di manipolazione della fotografia e che porta l’artista a mettere in discussione l’infallibilità di questo mezzo per riprodurre fedelmente la realtà.

     

    Fare luce

    Angel Moya Garcia

    Utopia, forzatura, abbandono. Ambiguità, anomalia, assenza.       
    In che modo vengono definite le caratteristiche fisiche, sociali e culturali di un luogo? Quali sono le possibilità che possono contribuire al suo sviluppo? Fino a che punto l’uomo può forzare un paesaggio senza rischiare di deturparlo? Ci sono interventi insoliti o inusuali in grado di determinare e modificare le sorti del luogo stesso?

    Il dialogo tra paesaggio naturale e antropizzazione, l'insieme degli interventi di trasformazione e alterazione che l'uomo compie sul territorio allo scopo di adattarlo ai propri interessi e alle proprie esigenze, non sempre diventa conciliabile. Spesso gli effetti sono ecologicamente nefasti in termini di modificazione irreversibile dell’ambiente come nei casi del diboscamento, di determinati impianti agricoli o industriali e della costruzione sfrenata di unità abitative. Tuttavia, esistono esempi etici e virtuosi in cui l’intervento umano assume nuove connotazioni in funzione dei modelli di sviluppo riguardanti le energie rinnovabili, il trasporto ecologico, la gestione delle risorse naturali o la produzione e l’edilizia ecosostenibile.

    In quest’ottica, la ricerca sui limiti della fotografia di Silvia Camporesi l’ha portata a studiare, analizzare ed elaborare tre interventi radicali e molto specifici sull’ambiente con l’intento ultimo di fare luce su altrettanti contesti completamenti diversi tra di loro, ma accomunati dalle particolarità con cui sono stati creati, trasformati o abbandonati. Non è oggetto di quest’analisi valutare l’impatto ambientale o l’etica di ogni singolo intervento, quanto quello di evidenziare la meraviglia, lo stupore o la leggenda che i tratti inusuali degli stessi hanno provocato nel tempo. In quest’ottica emergono i diversi aspetti fenomenici e culturali del paesaggio, la fragilità di esso, il suo continuo mutamento e, in particolare, la stratificazione di un paesaggio che racchiude in sé la connessione dell’uomo con la natura, l’urgenza di ricordare la sua necessaria integrazione e l’interesse nel soffermarsi a riflettere sul rapporto fra l’uomo e il contesto che abita.

    L'isola delle Rose, lo Specchio di Viganella e il paese di Fabbriche di Careggine costituiscono tre casi estremamente inconsueti di approccio al paesaggio. Tre luoghi reali le cui storie e vicissitudini sono così incredibili da sembrare totalmente inventate. Mentre il primo caso viene originato ex-novo da una visione utopica, il secondo sfrutta in modo singolare le risorse naturali per contribuire al benessere di una determinata comunità e, infine, il terzo rimane impregnato e celato da un’aurea enigmatica che, di fatto, rimanda periodicamente il suo definitivo oblio.  

    L’sola delle Rose è stata una piattaforma artificiale di 400 m² che sorgeva nel mare Adriatico. Costruita dall'ingegnere bolognese Giorgio Rosa, il 1º maggio 1968 autoproclamò lo status di Stato indipendente e pur dandosi una lingua ufficiale (l'esperanto), un governo, una moneta e un'emissione postale, non fu mai formalmente riconosciuta da alcun paese del mondo come nazione indipendente. Occupata dalle forze di polizia italiane il 26 giugno 1968 e sottoposta a blocco navale, l'Isola delle Rose fu demolita nel febbraio 1969. L'episodio venne lentamente dimenticato, considerato per decenni solo come un tentativo di "urbanizzazione" del mare per ottenere vantaggi di natura commerciale. Solo a partire dal primo decennio del 2000 esso è stato oggetto di ricerche e riscoperte documentarie imperniate invece sull'aspetto utopico della sua genesi. Facendo riferimento alle foto d’epoca, l’artista ha costruito un modellino della struttura, ambientandolo e fotografandolo come se fosse reale. Il documento fotografato rappresenta l’annullo postale di un francobollo con l’immagine dell’isola, realizzato in occasione della sua creazione.

    Dall'11 novembre al 2 febbraio di ogni anno, per 83 giorni, il paese di Viganella, un comune di 200 abitanti della Valle Antrona (Provincia VCO), si trova in totale assenza di sole a causa della montagna antistante. Per questo motivo nel 2006 l’allora sindaco Franco Midali e l'architetto Giacomo Bonzani fecero costruire nelle vicinanze del paese un grande specchio di 40 metri quadrati in grado di riflettere la luce solare in direzione della vallata, anche nei mesi di buio. Lo specchio è in grado di dirigere in tempo reale i raggi solari verso i luoghi prestabiliti, ad esempio la parte pedonale della piazza principale e illumina il villaggio durante l’inverno, per 6 ore al giorno. Il ritorno della luce naturale viene ancora oggi celebrato, il 2 febbraio di ogni anno, con una grande festa. L’artista ha fotografato il sole riflesso nei muri, nelle porte del piccolo paese e nel crocifisso della chiesa e, con l’uso di un drone, ha ripreso il movimento dello specchio rivolto verso il paese. 

    Il paese di Fabbriche di Careggine, un paese fantasma della provincia di Lucca, nel comune di Vagli Sotto, è stato abbandonato nel 1947 e quindi sommerso dalle acque del lago artificiale di Vagli formatosi a seguito della costruzione di una diga idroelettrica. Il Lago di Vagli, il più grande bacino idroelettrico della Toscana, è stato svuotato per manutenzione in quattro occasioni, l’ultima, nel 1994. Da allora il paese di Fabbriche di Careggine non ha più visto la luce, mentre ogni anno esce la notizia di un nuovo svuotamento, alimentando la curiosità di turisti e curiosi e rimandando la sua scomparsa dalle carte geografiche. Silvia Camporesi, nell’impossibilità di fotografarlo lo ha ricostruito, casa per casa, in scala 1:25, basandosi sulla planimetria realizzata in occasione dell’ultimo svuotamento del lago. Il paese è stato poi ripreso e fotografato in tre fasi: sott’acqua, in emersione e definitivamente emerso. Fra le opere in mostra c’è anche la riproduzione di un curioso documento in cui nel 2015 il sindaco di Vagli Sotto si dichiara disponibile ad accogliere progetti - mai arrivati - per realizzare un involucro trasparente che permetta la fruizione del paese sommerso.

    Assistiamo in tutti e tre i casi a una forzatura del paesaggio, a una manipolazione accelerata che ha alterato inevitabilmente le condizioni in atto di partenza e quelle potenziali di arrivo. Un’alterazione del paesaggio che si interseca e si stratifica a sua volta con le possibilità di manipolazione della fotografia e che porta l’artista a mettere in discussione l’infallibilità di questo mezzo per riprodurre fedelmente la realtà, evidenziando l’ambiguità e assottigliando il confine tra realtà e finzione, tra fattibilità e chimera, tra verità e inganno. La presenza di minimi dettagli quasi impercettibili che sottolineano le anomalie, la consapevole messa in scena in grado di aggirare qualunque limite e l’indagine sul verosimile collegano e intersecano questo ciclo a tutta la produzione dell’artista. Fotografie, video e materiali di repertorio che originano un’atmosfera utopica, sospesa e cristallizzata che segue gli intenti di alcuni dei cicli fotografici precedenti come “Atlas Italie”, un’indagine condotta in tutte le regioni italiane, di luoghi e paese abbandonati o “Le città del pensiero” in cui l’artista aveva fotografato nell’attualità un ipotetico paese abbandonato, progettato in origine da Giorgio de Chirico. Tuttavia, qui si evince un’ulteriore maturità nell’aumentare l’aspetto scultoreo alla base degli scatti e innanzitutto nel creare una narrazione che superi la dicotomia tra l’aspetto documentaristico e quello inventato per aggiungere strati, visioni, componenti, relati e documenti in grado di mantenere attiva la soglia di attenzione su ciò che ci sta raccontando e soprattutto su ciò che vogliamo credere.