dall'01.03.2024 al 16.03.2024
Condotto C _ Camera Frigo
Agnese Purgatorio: Studio op. 1 con allegro finale è una chiave ad arte per inclusione, attraversamento dei confini e setacciare mari…
di Barbara Martusciello
Agnese Purgatorio (Bari, vive tra Belgrado, Beirut e l’Italia) è artista multidisciplinare con uno sguardo trasversale orientato fortemente sulla realtà complessa della sua contemporaneità, che restituisce coniugando perfettamente etica ed estetica. Con ciò intendo che è a suo modo critica verso la realtà sociale e politica, è coinvolta empaticamente e ideologicamente nel suo starci dentro ma portando istanze, sguardo e linguaggio visivo in una dimensione e in una formulazione poetiche.
Questo lirismo non rende meno importante la sua investigazione e le sue opere da questa alimentate, al contrario: l’arte dice diversamente eppure meglio proprio grazie a certi scantonamenti, alle lateralità, al registro simbolico adottato, come nel caso proprio del suo lavoro, parte del quale riassunto in questo piccolo ma indicativo allestimento site specific.
Agnese usa fotografie, video, installazioni, collage digitali, la luce e performance per riflettere sui concetti di memoria, migrazioni, storie e diritti negati, di genere e di clandestinità che ci suggerisce qui in questa mostra dal titolo Studio op. 1 con allegro finale, che rimanda alla musica classica, alle grandi composizioni alla Beethoven e al gioioso, trionfale compimento a chiusura.
In questo allestimento che, appunto, prospetta un happy end conclusivo, troviamo più lavori significativi: video (SeTaccio il mare; Blu Kabul), un’installazione-neon (SeTaccio il mare: lo stesso titolo del video) e due collage digitali (Ossimoro e Les Intermittences du coeur).
In Ossimoro, nella nebbia si scorge un bambino nella natura: a quel tanto di accattivante che emerge a una prima impressione davanti a quest’opera, si affianca una certa dose di inquietudine, e tanti interrogativi: la nebbia nasconde e protegge o intrappola ed eclissa? Nell’immagine fotografica affiora dal velato sfondo un’altra immagine, quella di una scritta di luce bianca: I Know. Ma in tutta onestà: cosa sappiamo davvero? Cosa conosciamo per intero? Quale narrazione ci arriva e quale è già obliata? Soprattutto: è così difficile ri/conoscere qualcosa di noi in quella figura dietro la nebbia? Forse sarebbe più agile se ci lasciassimo andare alle intermittenze del cuore…
Già: Les Intermittences du cœur, di proustiana citazione, ci consentono memorie ed emozioni affrancate da qualsiasi vincolo e preconcetto tanto da concederci maggiore comprensione, compassione, connessione, partecipazione alle vite, ai problemi e ai dolori degli altri che, bakuninianamente*, non dovrebbero rappresentare o essere percepite come un pericolo per la nostra libertà. Quest’argomentazione sostiene l’omonimo collage digitale di Agnese. Qui, l’artista ha radunato e poi dispiegato una folla di persone – sfollati, migranti, profughi, rifugiati, richiedenti asilo; ma potrebbero esserci anche donne e individui abusati etc. – disponendola come un muro o una frontiera (talvolta quasi sinonimi, purtroppo), in bianco e nero tra cielo, montagne e mare azzurri. Questo paesaggio avvolto nella bruma quasi diviso in due da quella moltitudine umana, è sormontata dalla frase tratta da À la recherche du temps perdu di Proust: un invito, un canto, che sarebbe perfetto avesse un esito positivo, terminando in bellezza, con allegro finale…
Nell’installazione a parete e nel video titolati entrambi SeTaccio il mare, Agnese Purgatorio gioca con i lemmi, anzi, con i verbi setacciare e tacere (o non tacere). Setacciare per cercare, per portare a galla (salvare?), per squarciare il velo del silenzio, anche delle parole, per mettere in luce: non a caso l’installazione è una locuzione luminosa, semplice – che compare, diversamente, anche nel video –, che allude a un gesto e manifesta più possibilità di scelte (infine: tra giusto e ingiusto). Dice quindi molto di più di quel che appare; sottintende, accompagna silenziosamente nella dura realtà che vede proprio il mare assumere ruolo e metafora allo stesso tempo di un’apertura e di una chiusura, di confine libero e limite interdetto, di vita e di morte, di unione e divisione. L’acqua, che richiama il liquido amniotico ed è sostanza indispensabile alla sussistenza del Pianeta, e il sale, che nell’antica alchimia andava sciolto proprio con l’acqua perché liberasse il suo essere materia dallo spirito e lo elevasse, sono elementi che ritroviamo uniti in questo mare e in questa installazione-neon. Qui, quel tanto di atavico, dotto e lirico sopra accennato crea cortocircuiti e antinomie intersecandosi e palesando le incoerenze del sentire e dell’agire umano – pure politico – e indicando anche affinità con l’essere artista.
Per Agnese, infatti, proprio l’artista è anch’esso una sorta di clandestino: ogni marginale vive e agisce in un sistema che troppo spesso lo ignora, che non lo considera parte fondamentale e alacre della società e dentro il quale, pertanto, opera in modo soventemente segreto e sempre resistenziale.
Lo afferma lei stessa, per la quale è rilevante – mi dice – “ripensare la soggettività, rendere fluido il punto di vista e ridare centralità a quel che non l’ha per aprire ogni barriera, per dare nuove possibilità…”. Qualcosa che è parte di ogni sua produzione e percepiamo in ogni lavoro qui esposto e nel video Blu Kabul, più onirico e allo stesso tempo ancor più eloquente.
Durissima nell’apparente lievità, e verissima nello svelamento delle contraddizioni private e pubbliche, personali e collettive, la convincente ricerca di Agnese Purgatorio è oggi più che mai necessaria come lo è l’Arte e la sua capacità di mostrare prospettive altre e alte, non convenzionali, sul mondo.
* “La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è invece la condizione necessaria e la conferma” – da: Michail Bakunin, "Dio e lo Stato", pubblicata postuma